Per l'amore che ho donato, mi donasti il mio destino per le bacche che ho colto, una spina per l'orgoglio che le mura impongono, un disgelo di beltade un'ora di armistizio, di prelibata salvezza per tutto quello che non sapevo e che non so mi ci sono costruita piccole croci da abbattere per quello che mi hanno fatto credere, io non sono più se non acqua implacabile e sogni, piccoli cordogli imbastiti a mano, sfibrati appena, a rimembrare la carne. Ma io non sono, se non l'essere giunto alla deriva del Creato partorito due volte, dalla madre e da sé stesso, e il terzo è spirito santo che chiamano figlio, a lui spetterà il passaggio di questo niente che s'affaccia dal davanzale, Egli, saprà. Per amore che ho donato, per le bacche che ho colto, per l'orgoglio che le mura impongono, un disgelo di beltade. * Come una rovina m'hai colta con le parole che sedimentano nell'aria dalla bocca, volando tra i rami, fosti mangime per uccelli, conferendo il ristoro a...