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Le braccia in croce

 Spuntava solo un palo del telegrafo

sopra un mare di spuma da barba.

Si può essere soli nella nebbia

ma si può esserlo anche sotto il sole.

Gli alberi e i vecchi sono sempre soli:

ecco perché hanno il tronco doloroso.

Più che soffrire mi sento staccato

da me stesso

come un ramo schiantato dall’albero.

La nebbia si sta un poco diradando:

forse qualcuno mi potrà vedere.

Si presentano muti alla veglia

quattro pini col capo velato.

Ricordo in guerra un pilota abbattuto:

ai lati lo vegliavano impalati

quattro tedeschi, le pupille fisse.

Niente richiede più forza di nervi

che non battere ciglio per un’ora.

Con la schiena spezzata l’uomo è un verme,

sembra un pupazzo con il filo rotto.

Sudario viene da sudore freddo:

avvolgevano i morti in un lenzuolo.

L’ultima volta,

uscendo dalla sala operatoria,

in un lenzuolo mi hanno sollevato

dalla barella e deposto sul letto.

Quattro pini si svelano la chioma:

sto in mezzo come un bimbo nella culla

come una statuina nel presepe.

Tutto lo sforzo ora è per non gridare.

No , forse non è un palo del telegrafo

sembra piuttosto un pioppo defoliato;

ma come mai quel ramo di traverso?     

Non è un pioppo, è una croce di legno.

Ogni croce ha le braccia di Cristo;

basta il legno a ripetere quel gesto

ormai per sempre

nelle fibre legnose incorporato.

Non è neppure una croce, è un’antenna.

L’antenna può trasmettere un messaggio

è un braccio alzato in un grido d’aiuto.

Ci piaccia o no, l’unica vera prova

di Dio è che ad un certo momento

è di lui che abbiamo bisogno.

Ma allora anche il denaro?

Certamente;

pure esso esiste per nostro bisogno,

quand’anche non l’abbiamo nella tasca.

Nemmeno Dio l’abbiamo nella tasca

né nella collanina intorno al collo.

Ci sono solo quelle braccia aperte,

braccia aperte per l’uomo sulla croce.

Sono proprio a due passi dal canale:

non l’avrei sospettato nella nebbia.

E’ pieno zeppo di barche ormeggiate,

lucide nella bruma del mattino.

Ecco cos’è ! E’ un albero maestro.

Un albero maestro senza vela.

Come si stringe all’albero la vela

così alla croce l’ultima partenza.

La croce ha braccia fibrose e indurite;

non sono braccia di madre o d’amante

non possono raccogliermi e abbracciarmi.

Sono le braccia del figlio dell’uomo:

ad esse sovrappongo le mie braccia.

Corrado Calabrò

da Quinta dimensione, II edizione, Oscar Mondadori, Milano, 2021


Commenti

  1. Una condivisione poetica notevole, e molto significatica, che ho apprezzato molto

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    1. Sì, Calabrò è un ottimo poeta, molto apprezzato.

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  2. Molto bella la nuova grafica del tuo blog blogger

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi piace sì, ma vorrei trovare un'altra soluzione per l'immagine che risulti più estesa. Grazie. Buon pomeriggio, Silvia!

      Elimina
  3. Una bella lirica, piena di significato. Grazie a te per averla pubblicata sul tuo blog, non la conoscevo. Buona serata, Stefania

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio dell'attenzione. Buona serata a te, Felice

      Elimina

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